L'amore che scuote, turba e inquieta - recensione di Emanuela Dalla Libera

Coincidenze, ipotesi e navigazioni
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L'amore che scuote, turba e inquieta - recensione di Emanuela Dalla Libera

Coincidenze, ipotesi e navigazioni
Pubblicato da Emanuela Dalla Libera in Appunti e carte ritrovate · 2 Agosto 2021
Tags: Recensione

(foto di Elio Scarciglia)
L'amore che scuote, turba e inquieta
di Emanuela Dalla Libera
È un canto d’amore intenso e coinvolgente questa silloge di Roberto Casati, Appunti e carte ritrovate (Guido Miano Editore 2020), un canto che ci rimanda col pensiero al Cantico dei cantici, alla poesia appassionata e tormentata di Saffo e a tanta altra in cui l’amore scuote, turba, inquieta raggiungendo apici e abissi, esaltazione e smarrimento, energia e impeto. In questi testi il versificare sul sentimento amoroso si sostanzia in potenti metafore in cui l’amore sembra condividere la sua anima con il mare, ritrovandovi la stessa forza impetuosa, i sussulti, gli slanci improvvisi che rovinano sugli scogli e feriscono, e poi la quiete, la bonaccia, la risacca lenta e indifferente. “Il mare che ti ho dato / è un segreto gridato nella notte” e ancora “All’ingresso del cuore / il nostro amore / lascia tracce sulla marea”. È un navigare interno quello del poeta, nei meandri della coscienza e del sentire, in cui l’amore detta le sue leggi, facendole prevalere su qualsiasi altro sentimento, un assoluto puro e totalizzante, cosicché non esiste identità se non in sé stesso, ogni altra dimensione della vita viene ricondotta ad esso e ad esso commisurata, sottomessa. “Il sapore dei tuoi baci / avvelena la tranquillità dei giorni,/come una malattia o un gioco senza fine, / senza vittoria né sconfitta, / come una strategia della quiete/sconvolta per sempre/da un attimo di passione”. C’è un che di sfuggente e di misterioso, di “impreciso” in questo sentimento che scompone l’esistenza e la ricompone in un moto che sa di marea o di tempesta, diventa “appunti di naufragio” in un “andare senza ritorni” che lascia “tracce evidenti sul giornale di bordo”, “sulla linea del mare” che “è il fine di ogni tuo gesto”. Le atmosfere predilette sono quelle notturne, “Ho guardato la notte / inseguirti sulla linea del mare”, “Saranno le tue labbra a segnare / il limite del buio”, “Non è mai giorno”, “La notte sconfina”, perché l’amore è un sentimento intimo, “il cuore ha attimi segreti”, e il vento soffia muovendo vele corsare a prorompere nella normalità della navigazione, cioè della vita, con una forza inaspettata e destabilizzante a cui il poeta non intende opporsi, ma piegarsi, riconoscendo “il caos dei sentimenti svelati a livello del mare” e “allungando sul mare ombre di vele notturne”. Ci sono, in questi testi, geografie vaste (Isla Negra, Capo Horn, Punta Arenas, Gibilterra), espanse in ogni dove, a sud, nord, ovest, quasi a sottolineare la vastità del sentimento d’amore, il suo spingersi ovunque, come la vita, senza barriere, come il mare che scivola e fluttua ovunque e nessuno può arginare, “Oltre i limiti della marea”, “Oltre le segrete maree di Capo Horn”. E si fa “prezioso” silenzio l’amore, si fa sguardi, linguaggio dei gesti nel movimento delle mani nel “circondarti i fianchi”, “gioco di carezze” in un rincorrersi di allusioni a un agire erotico che si perde in levità di immagini nelle quali sembra venir meno la concretezza del gesto per lasciar spazio all’idea di una energia emotiva intensa ed emozionante.

È poesia fatta di termini dai contorni precisi e di parole dense che scivolano, nella terza parte della silloge, verso un più raccolto sentire “È giunto il momento / di fermarsi a contare i battiti”, “adesso che manca così poco a domani”, e “tracce di colore / avvolgono quel che resta del mio tempo”, e si insinua, dolce e delicato, il sentimento del ricordo “Il mare di Ostia / lasciava tracce di noi nelle lunghe domeniche”, e il poeta incontra “momenti / di incerta stanchezza” sembrando essere la solitudine l’unico premio rimasto di una navigazione che è esistenziale e sentimentale insieme.
Parole pregne di forza che trasudano sentimento e una percezione estatica e assorta di luoghi che sembrano essere quasi metafisici, e di eventi avvolti da un senso di vago e di perduto (“vele di vento nella notte”, “fuochi sulle barche”, “bagliori lontani”), in un versificare che mentre esalta liricamente l’eros, non disdegna il senso del dubbio e della fragilità, quasi a ricordarci le parole di Sileno e a farci sentire, ancora una volta, figli del caso e della pena. Parole in cui la figura amata rimane a lungo imprecisata, quasi una sorta di divinità dell’amore i cui contorni sono dati da un assoluto di leggiadria, sensualità, mistero. Al punto che è lecito chiedersi se non sia anche l’amore stesso il soggetto di questi versi “Verrai all’improvviso, scivolando sugli sguardi / di chi non sa riconoscerti, allungando / il passo nel silenzio interrotto”. E non basta un nome collocato quasi alla fine dell’opera a togliere a questi testi poetici l’idea di una universalità senza tempo e senza spazio, l’idea di un sentire perenne che non muta la sostanza di sé. Immagini che creano moti dell’animo come a essere lì, a sentire “il grido del mio cuore sulle maree”, che, sfuggito alfine a una dimensione individuale, sentiamo nostro, perché questo è la poesia, è l’essere nello stesso vasto e tumultuoso mare della vita e dell’amore a riflettere, assaporare e condividere ciò che ci fa umani.

Recensione di Emanuela Dalla Libera, pubblicata su menaboonline.it



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