Stazioni - Capoverso
STAZIONI
*
Ho rubato dalla cesta
ogni possibile attenzione
sfiorato con uno sguardo appena
quel cartello in direzione sud
mentre trattenevo nel chiuso della mano
il cuore che volevo donarti
preziose sono per l’erba bagnata
le gocce di sole a dicembre inoltrato.
*
La stanchezza sui vetri delle case
è un sorriso che accarezza
il fragile incontro sopravvive
dentro il portone socchiuso
nel nascosto delle passioni
è affollato il senso delle piogge
bruciano incontri in parole abbandonate
dentro silenzi e sguardi si trattengono respiri.
*
Tracce dalle macerie
abbandonate sul percorso di ritorno
pietre non più di mare ma gioielli
sulla terra trattengono il passo
sul prossimo gradino saliremo ancora
abbracciati nel controvento
ho desiderato essere mare ed ora sono qui
fermo sulla strada con le gomme bucate.
*
Quando ho tirato il sasso
non immaginavo lo squarcio
il gioco del vento a pelo d’acqua
la ferita da taglio sulla pelle
non ha fermato il volo d’angelo
a protezione di ciò che resta del bacio
nella trama della conoscenza vale doppio
accarezzare d’improvviso il silenzio dei grilli.
*
Sto qui a guardare
il segno rosso di parole trafitte
da mille trattenuti riflessi
e tutto ciò di ostinatamente vero
che resta intorno a loro
racconta di un antico dolore
l’incontro corregge il senso dei dubbi
non ho più oro per riparare le crepe.
*
La notte di Kabul
attraversava file di auto
disperse in qualcosa
che andava oltre il limite
abbracciava anime e corpi
in un bagliore di stelle e mortai
nella fuga tentata hai perso l’innocenza
non ci sarà alcun ritorno dall’aeroporto.
*
Mi appoggio alla linea di confine
accarezzo la nebbia con ciò che resta
inciampo sul limite del campo
cercando di restare in piedi
bagliore sui rami tagliati
abbandonati al gelo notturno
è senza colore l’anima che ci accompagna
nel fuoco che ho di fronte è solo silenzio.
*
Non ho più gli occhi di una madre
a sostenere il peso dello sguardo
a correggere quest’eternità provvisoria
raccontata dalle solite parole
per poi ritrovarsi in un vecchio hangar
da cui partono pochi voli senza meta
nel gioco delle mancanze brucia il fuoco
crepita il silenzio nell’ abbandono.
*
Non sono più come una volta i treni
le carrozze adesso
sono un ambiente unico
ascolti la voce decisa ed evidente
di chi seduto nelle prime poltrone
racconta l’ultima conquista amorosa
mancano i colori ad acquerello
della primavera il richiamo notturno della poiana.
*
Ho raccolto tutto ciò che mi accontenta
ogni immaginata indifferenza
tutto il sopravvissuto agli sguardi
mentre nel bosco si muove in volo
il profilo lento della notte
fermandosi sulle venature delle foglie
eravamo d’inverno alla stazione
la neve gridava l’innocenza nel fuoco quasi spento.
Roberto Casati
“Come armonie disattese” – Guido Miano Editore – 2024 – pag. 168 - € 16,00
“Come armonie disattese” – Guido Miano Editore – 2024 – pag. 168 - € 16,00
Lettura di Antonio Spagnuolo
Il rapporto che vincola l’afflato delicato del poeta con la natura ed i vari sentimenti, che scorrono vorticosamente nel nostro sub conscio, diviene scomposizione dell’esistenza e ricomposizione delle tracce di un ronzio, che vorrebbe manifestare i brandelli di qualche sogno.
Le poesie strappano il quotidiano per lacerazioni che tracciano il segno del velo che avvolge la vita e in un ritmo cadenzato concedono il sussurro leggero delle apparizioni. Le quattro sezioni nelle quali è suddiviso il volume (“Ho rubato i tuoi occhi”, “Corrotti sguardi”, “Rose nel vento” e “Scivola il tempo della luna”) sembrano costruire un rosario che sfiora con delicatezza ombre e bagliori, portando, con un tocco leggero ed inquieto, tra il racconto della meraviglia e la pretesa assurda dell’infinito.
“Lasciamo tracce del nostro passaggio
senza renderci conto di quanto sia breve
e senza alcuna pretesa il nostro tempo.
Guardiamo il vento trasportare le nuvole,
senza renderci conto di quanto sia fragile
e senza alcuna pretesa il nostro passo.
Incrociamo per qualche attimo i nostri occhi,
senza renderci conto di quanto sia unico
e senza alcuna pretesa il nostro sguardo.”
Il verso ribollente si incarna nel presente immediato divenendo melodia dell’istante, che anela rapida a realizzarsi con il tutto che circonda.
"Abbondano nel soliloquio poetico - scrive Concardi - nel viaggio per avventure interiori e geografiche, nelle oscillazioni sentimentali dell'amore vissuto e ricercato, negli sguardi addolorati sulle tragedie del nostro mondo, le incessanti autointerrogazioni sul senso delle cose, delle memorie, del tempo che passa, dei messaggi del mare-mito."
Da “una carezza fragile/ sulle corde tese del violino” a “una sera inquieta che/ copre le spalle di un velo leggero”, da “nel silenzio della strada,/ in lontananza,/ una voce di bimbo chiede” a “mi perdo nell’assenza/ che morde forte la carne”, da “ pregando sottovoce che finisca presto/ questa strage inaspettata” a “ l’intreccio di parole/ preziose nell’intimità del grido” il percorso del poeta si decanta nell’estasi del canto, puro e totalizzante, tra sussulti e slanci improvvisi, che rendono più che valida la garanzia del tracciato ideale.
Lettura di Evaristo Seghetta
Caro Roberto, ho letto la tua raccolta “Come armonie disattese”, libro corposo ma non “oneroso”, anzi per lunghi tratti un inno alla leggiadria, alla bellezza fragile, eterea e inafferrabile.
Un inno alla vita e soprattutto all’amore, sentimento che impregna radicalmente quantomeno la prima parte dell’opera. Il poeta è lì in disparte, attore in penombra, che si fa interprete di quanto accade nella scena spesso senza tempo ma con i confini ben delineati del mare, del sole e della notte.
Le figure o la figura femminile che, nella sua centralità, riceve una devozione metafisica, “un angiol venuto in terra a miracol mostrare” e nel contempo attira nella sua non troppo sfumata carnalità.
Poesia degli sguardi, dei pensieri che si fanno parola dopo l’arduo sforzo della definizione, della nominazione, del la ricerca di un lessico il più appropriato per tradurre tutta la potenza che è nel petto.
Poesia dei fiori, della sabbia, delle ore diurne e notturne, poesia del vento come soffio di vita, sinonimo del divenire, per andare e andare, ma già, andare dove?
La malinconia della fine che inghiotte tutto è onnipresente, è il rovescio di tanta bellezza e tanto amore.
Il vento, il tuo vento, il vento degli uomini travolge la natura con irruenza e delicatezza, spazza via estati marine e sogni appena abbozzati, forse qualcosa resisterà e sarà più candida delle vele, la poesia di questi versi.
Lettura di Gabriella Cinti
"Come armonie disattese" rivela sostanzialmente l'Amore come fondamento di senso sullo sfondo di una malinconia profonda cui le epifanie dell'amata possono solo lenirne una radicata e continua presenza.
Le dislocazioni temporali portano a continue fluttuazioni dove la sola permanenza è da rintracciare in un sentimento che diventa sostanza dell'esistere.
L'amore, per Casati, si fa lente di visione del mondo e di ogni paesaggio, àncora del reale, balsamo per medicare quanto si frappone ad una utopica quanto desiderata fusione extra temporale di anime destinate ad amarsi.
Quel vuoto che così spesso si insinua intorno al poeta, emana struggimento per le "Armonie disattese" per la "breve presenza scontornata".
Se amare è celebrare l'epifania dell'essere amato, Casati ci distilla immagini catturanti, quanto fluide, a volte solo intensi dettagli, come in un quadro cubista, a volte apparizioni fantasmatiche e di labile presenza. Eppure lasciano tracce e solchi e si trasformano nel dire poetico come mutando la loro sostanza in parole che inseguono l'amata in fuga a ricucire lo strappo del "bacio non dato".
L'amore si rivela conoscenza delle profondità dell'essere ma affidata in levità, al ritmo elegiaco di versi tramati di slanci analogici di grande lirismo in cui la fisicità è sublimata in posture meta fisiche.
Leitmotiv lo struggimento del precipitare del tempo ("scrostate immagini/di un tempo che non è più").
Anche nella sezione" Corrotti sguardi ", in cui lo sguardo poetico di Casati si apre alle dolorose vicende di sopraffazioni e alle catastrofi umanitarie, percepiamo lo stesso intenso afflato di sentimenti, come se la famiglia umana fosse la sua personale e il rapporto con le vittime istituisse una vicinanza iscrivibile in una idea espansa dell'amore.
Infine, un'altra significativa cifra della sua poesia è costituita dalla presenza della memoria, che rappresenta non soltanto uno sfondo ma una vera dimensione cortocircuitante e imprescindibile.
Essa genera un flusso percettivo di straniamento e insieme di riappropriazione istantanea del passato.
Casati, apolide temporale, viaggiatore del tempo come sentimento, ci consegna perfetti bradisismi del vissuto, camei poetici che pulsano tra I versi.
Nodali sono le epifanie degli incontri, vera umana possibilità di rifondare il proprio mondo, di ancorarsi al calore del sentire, zattera nella deriva della vita e delle vite.
Amore e vita, indissolubilmente fusi nella metafora ontologica del viaggio.
MATTIA CATTANEO, La Neve Impressa, prefazione di Maria Concetta Giorgi, Architetti delle parole, 2024, pp. 77
La silloge La Neve Impressa, edita a febbraio 2024, è l’ultima raccolta di Mattia Cattaneo, giovane poeta tra i più attivi del panorama letterario italiano, gestore tra l’altro del gruppo Facebook “Circolare Poesia”, nato con l’intento di diffondere la voce poetica.
Questa raccolta è l’omogeneo percorso che fonde le tracce, i motivi di un’assenza, il dolore per la perdita della madre, che ancora morde alle caviglie. Dentro questo percorso Mattia Cattaneo muove i suoi passi in tre definite stanze: il ricordo, la vita attuale, la speranza di un futuro.
Nella prima stanza “Anamnesi” il poeta riprende il dialogo interrotto, cercando nella memoria la madre perduta.
Esemplare la prima poesia della sezione a pag.18:
“All’ombra dei cassetti,
le stoviglie erano diventate pigre,
resistenti al corpo di una casa addormentata
lo sguardo disperso
come quello di un navigante col niente intorno
uno scompiglio tradotto in pianto
e restare con un cappotto pronto a fuggire
dalla frenesia del rito
dalla naftalina tolta dall’armadio
tienimi in braccio
resto fermo con il bandolo d’un filo.”
in cui Cattaneo si sente navigatore senza meta, con l’unica consolazione di sentire le braccia materne. Dal distacco di tempo ne è passato ma l’assenza brucia ancora forte nell’anima. Dolore che si conferma evidente nel testo a pag. 24:
“Il piatto vuoto
quel muro sconfitto
e due braccia appese
al filo della schiena
ancora acerba
di troppo dolore
da lasciare in ammollo
fin sopra il costato
ora prendo le chiavi di casa
e le lascio davanti alla porta:
c’è un vaso vuoto per ogni tuo rumore.”
in cui il poeta propone, con un escamotage, di facilitare il ritorno della madre, lasciando le chiavi appese alla porta e vasi vuoti in attesa di essere riempiti dai segni della nuova presenza. Tentando poi, pag. 26, di
“Ristabilire
il bianco e il nero
delle cose affrante
chiedendomi il perché
della notte che sovrasta il buio…”
consapevole che la neve sta per sciogliersi e le tracce sulla strada vuota potranno essere più definite, portando un nuovo calore al cuore.
Nella seconda stanza “Esilio” scelgo come esemplificativo il testo a pag. 30:
“C’era il suono delle tegole
slegate dal gelo asfittico
di un mattino incolore
timbrare il biglietto
salire sull’autobus
e ricordare la strada a memoria
senza ascoltare il rumore
delle voci di fianco alla mia
forse meno accesa
forse meglio spenta
le foglie ingiallite
continuavano
a depositarsi sotto casa.”
C’è in questa poesia la quotidianità dei gesti, lo scorrere del tempo mentre le foglie si accumulano sotto casa, ingiallite fino a marcire.
La visione a questo punto definisce un pensiero più risolto, pag. 32:
“Ho ascoltato
il lento declino del tuo
corpo mandato in esilio
…
ma ancora non ero abituato
a quella luce spenta
da un paio di lenzuola sfitte.”
Guardando l’immagine dall’alto, brucia un po’ meno la ferita, si fa un po’ più sopportabile il dolore. Altrettanto si può dire con il testo a pag. 36:
“…
sembravo un pesce all’abbocco
come lo stupore che non si dilegua
e il tuo dolce cullarmi
un proiettile sfinito negli anni a venire.”
C’è poi evidente una magia che a volte riporta a livello di “mito” immagini, sapori e odori che rimandano al tempo di noi bambini, pag. 43:
“…
questo pulsare luminoso
sembra
lo scoppiettio del ragù della domenica
il profumo che sale le scale
il sorriso di una madre
portato via da qui
…”
Forse a causa della mia personale esperienza di orfano di madre all’età di 25 anni, questa immagine mi ha colpito direttamente al cuore.
La terza stanza “Nevai” contiene il racconto di giorni nuovi a proteggere anima e cuore, cercando in essi quello stupore che a volte riesce a cicatrizzare le ferite, testo a pag. 51:
“I luoghi
custodiscono
lo stupore di quelli
che raccolgono da soli
le idee sfuggite
le finestre vive
al richiamo della notte
allungano fiori spioventi
e un pallone bucato sull’aia
spogliato delle grida dei bambini
due vicoli cechi
e quattro nuvole viola:
la pioggia infuria
sulle abrasioni dei muri.”
Così come la consapevolezza trova il modo di pacificare l’anima, pag. 56:
“…
mi tiene vivo
il saperti pacificare i morsi
che la vita ti ha dato
…”
arrivando a concludere, pag. 56:
“…
Non c’è mai qualcosa che si conclude.
Vive dentro chi continua a vivere.”
Nell’ultimo testo della raccolta, pag. 73, è la madre stessa a definire i termini di questa pacificazione, parlando di una assenza/presenza, di un continuo camminare:
“Vedi, qui non c’è una porta d’inizio e di fine, un varco o un muro, si avverte l’urgenza del cammino. Vigila sulla mia assenza, ovunque sono nei tuoi passi.”
In conclusione è evidente il senso delle tracce lasciate dal canto dell’anima sul lenzuolo bianco della neve. Ciò che rimane impresso è lo sguardo di ogni giorno, fuggito al senso di stanchezza, alla voglia di silenzio in un tempo che fa delle grida l’unica presenza.
La poesia, quando è vera, e quella di Mattia Cattaneo lo è certamente, svela a chi la legge angoli dell’anima da conoscere e riconoscere.
* Roberto Casati
