Recensione di Gian Domenico Mazzocato a In navigazione per Capo Horn
Pubblicato da Gian Domenico Mazzocato in In navigazione per Capo Horn · Venerdì 15 Feb 2008 · 4 minuti
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ROBERTO CASATI
In navigazione per Capo Horn (Edizioni del Leone 1999)
Poesie varie in Il calamaio 2005/quaderni di poesia (da pagina 58)
La poesia di Roberto Casati è attraversata dalla metafora dell'andare, del navigare, dell'affidarsi alle onde perigliose della vita (come del resto richiama con precisione il titolo di una sua silloge che lo vede -sulla scia poderosa, certo, di Francisco Coloane - navigare verso Capo Horn).
E anche metafora, di conseguenza, dal senso della sfida che è sempre dolore della fatica, gioia dell'obiettivo vicino, sete inappagata dell'inesausta ricerca.
Dunque poesia che appartiene alla categoria perenne del viaggio. Per sua definizione e sostanza, il viaggio è formazione, crescita interiore, sviluppo (involuzione/evoluzione) psicologico. La rotta studiata e l'itinerario prefigurato nella mente, scandito dalle parole che tentano di decifrarne il senso. Solo che il viaggiatore-poeta è aggredito talora dall'afasia, minaccia incombente di ogni moderno.
Non disarma, non tira su l'ancora, non trascina la barca in secco: piuttosto cerca di codificare un alfabeto di silenzio.
Codifica difficile e pericolosa, perché negli intervalli del non detto, si insinuano le pause del pensiero, le stanchezze, le angosce. L'incertezza, anche, che non possa esistere un viaggiare ulteriore oltre lo scoglio, oltre la rotta percorsa nell'oggi.
Allora cerca il senso dell'approdo, cerca gli angoli dell'attesa, cerca (casalinga stella polare) la luna perduta. (che amarezza/ironia nelle imprecisioni di stelle, quasi a dire che non esistono astrolabi, non esistono sestanti né bussole abilitate ad offrire orientamenti).
Il poeta cerca, nel tentativo di precorrere i tempi, le anticipazioni del vento. Odori? Profumi? Direzioni inattese?
E a questo punto che poesia di Casati offre la vetrina migliore del proprio immaginario. Il viaggio materiale si dettaglia e si frantuma in viaggi minimi, sulle superfici dolci e però impegnative del corpo della sua donna. Nulla di più evanescente, effimero, eppure concreto, desiderato, invocato.
C'è un attimo fuggente che anima la poesia di Casati, la ricerca di un istante da fissare e rendere eterno, nella consapevolezza della fragilità e della impossibilità.
L'attimo vero, il punto di congiunzione tra impegno e disimpegno, l'equilibrio tra dimensione pubblica e desiderio privato, è solo quando si ritirano i remi (una conquista il tirare i remi in barca. Mai vissuta con sollievo perché alla lotta non si rinuncia mai. È la lotta contro il maroso/evento), nell'attracco evidente / della nave corsara a Capo Horn.
Perchè mai definire un attracco con aggettivazione (il sintagma sostantivo/aggettivo scatta sempre in modo felice ed efficace in occasioni come questa) tanto allogena? Perchè l'attracco è una sorta di bandiera alzata, di rinuncia proclamata e sentita come virile affermazione di sè. Di gran pavese che sta per essere ammainato.
Si annida la potenza di un qualche pessimismo tra le pieghe di questo percorso poetico dello scrittore di Vigevano.
O forse voglia di riflusso nella propria intimità avvertita come antidoto all'invadenza. Dice bene: invadendo l'attimo dei silenzi, / costringendo alla resa la fragilità dell'amore. La fuga peraltro resta ipotesi.
La domanda è: basta una ipotesi per giustificare la scrittura e in ultima analisi la vita stessa? Se è certo che esiste una prevedibilità della pioggia essa però cambia l'approdo delle vele corsare. E se il porto è cangevole, se l'approdo non è sicuro, ha senso almeno il ricercare.
La luna perduta diventa luna inattesa, a farsi lucerna e faro, a rischiarare la via.
Gibilterra come Capo Horn. Un orizzonte atteso, segnato sulle mappe (ad un passo dalla linea del controvento), percorso quotidianamente dal transito del sole (il buio / si impadronisce dell'orizzonte). Che però impone uno slancio ulteriore: una volta raggiunta, la linea dell'orizzonte chiede di essere superata, prospetta (e promette) una nuova meta.
Poesia di pause e silenzi, questa di Roberto Casati, sensuale nei modi e nelle volute lentezze descrittive. Poesia di pelle, di occhi; tattile e vibratile.
Gian Domenico Mazzocato, Treviso, novembre 2007, rivisto febbraio 2008
